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Scozia 2025

Nove ore in fila per gli Oasis: Murrayfield, 9 agosto

Alcune tappe di un viaggio si visitano. Altre si aspettano.

Il 9 agosto non abbiamo visto niente: nessun castello, nessuna abbazia, nessun museo. Siamo usciti di casa alle otto di mattina e abbiamo camminato tre chilometri verso lo stadio, dove i cancelli avrebbero aperto alle cinque del pomeriggio. Nove ore dopo.

Detto così sembra una follia, e in parte lo è. Ma chi c’era sa che l’attesa non era un prezzo da pagare: era già il concerto.

La città che converge

Edimburgo quel giorno aveva una sola direzione. Camminando verso Murrayfield si finisce dentro una corrente di gente che va tutta dalla stessa parte, e più ti avvicini più diventa fitta. Magliette di vent’anni fa tirate fuori dagli armadi, padri con figli dell’età che avevano loro all’epoca, gente arrivata da mezza Europa.

Il tempo faceva quello che fa la Scozia in agosto: sole, poi qualche goccia, poi di nuovo sole. Nessuno si è mosso. Quando aspetti da sedici anni, due gocce non ti spostano.

Ci sono ore in cui non succede niente e sono quelle che ricorderai: seduti per terra a parlare, con gli sconosciuti intorno che diventano compagni di attesa, guardando la fila crescere dietro di noi. È un rito, e come tutti i riti ha senso solo se lo fai per intero — e possibilmente in compagnia, perché nove ore da soli sono un’altra faccenda.

Il cancello

Alle cinque hanno aperto. Da lì in poi è corsa, e quella corsa decide dove passerai la serata.

Siamo finiti sotto il palco.

Non c’è modo elegante di dirlo: nove ore di attesa si trasformano in quei venti metri, e quando ti ritrovi lì davanti capisci che ne è valsa la pena prima ancora che cominci qualcosa. Prima sono saliti i Cast, poi Richard Ashcroft. Poi il buio, e quel rumore che fa uno stadio pieno un attimo prima.

Il concerto

Degli Oasis a Murrayfield si è scritto ovunque, e non ho intenzione di aggiungere la mia recensione a un mucchio già alto. Dico solo la cosa che mi porto a casa: uno stadio intero che canta insieme non è musica, è un’altra cosa, e a sessant’anni o a venti fa lo stesso effetto.

Non ha piovuto. Per tutta la giornata il cielo aveva minacciato, e sul concerto vero e proprio non è caduta una goccia.

Il plettro

Alla fine, dal palco, è arrivato il plettro di Noel.

È un pezzo di plastica di due centimetri che non vale niente e vale tutto. Ed è la ragione per cui questa giornata sta in un diario di viaggio invece che in un elenco di cose fatte: perché dopo tre chilometri a piedi, nove ore di attesa e uno stadio intero che cantava, uno di noi due è tornato a casa con qualcosa in mano.

Se ci vai

Se vai a un concerto in uno stadio e vuoi stare davanti, l’unica strategia è arrivare presto. Non “in anticipo”: presto, ore prima, con la consapevolezza che passerai la giornata in piedi o per terra.

Porta poco. A Murrayfield le borse grandi non entrano e non c’è deposito dentro lo stadio: le regole permettono solo borse piccole, e chi arriva con lo zaino si trova a cercare un deposito in città all’ultimo momento.

Metti qualcosa per la pioggia che si ripieghi in tasca. E soprattutto: non prendere l’auto. Lo stadio è servito dal tram e dai bus, e la città quel giorno è chiusa in mezzo mondo.

Ultima cosa, la più importante: se ti capita l’occasione di vedere una band che aspettavi da sedici anni, non fare calcoli. Le nove ore le dimentichi. Il resto no.