È stata la giornata in cui abbiamo camminato di più: alla sera il contapassi diceva che avevamo salito l’equivalente di un palazzo di cento piani.
Quattro siti visitati e due mancati, dalla fortezza sopra Nauplio alle rovine della piana, per finire in montagna. Con il caldo di agosto addosso.
Palamidi
La prima regola di agosto in Grecia: le cose in salita si fanno presto. Il Palamidi lo abbiamo visitato con la consegna di uscirne entro le nove e mezza, prima che il sole diventasse un problema.
E siamo saliti a piedi: 847 gradini. Il numero lo sai con precisione perché li conti, mentre li fai.
Ne vale la pena. Dall’alto la vista prende insieme la città sotto e il mare aperto, e a quell’ora del mattino i colori sono la cosa che resta più impressa di tutta la giornata.
La fortezza è veneziana, costruita in soli tre anni fra il 1711 e il 1714 e persa quasi subito, nel 1715, dopo un breve assedio ottomano. Non è un forte unico ma otto bastioni indipendenti, pensati perché la caduta di uno non compromettesse gli altri.
L’ingresso è a pagamento.
L’Heraion di Argo
L’Heraion era il grande santuario di Era dell’Argolide, il centro religioso comune alle città della piana: secondo la tradizione fu qui che i capi achei giurarono fedeltà ad Agamennone prima di Troia.
Oggi sono terrazze di pietra su un pendio. Serve immaginazione, ma la posizione dice tutto: da lassù si controlla a vista l’intera pianura.
Argo: la Larissa e il teatro
Argo rivendica di essere una delle città abitate con continuità più antiche d’Europa, e la sua acropoli — il Kastro della Larissa — è la stratificazione di quella continuità: basi antiche, poi bizantini, franchi, veneziani, ottomani, uno sopra l’altro.
Ci siamo saliti e lo abbiamo visitato tutto. L’ingresso è libero, cosa che per un castello di quelle dimensioni non è scontata: è uno dei posti con il miglior rapporto fra quello che vedi e quello che paghi di tutto il Peloponneso.
In città, l’area archeologica conserva un teatro enorme scavato nel pendio, fra i più capienti del mondo greco con una capienza stimata attorno ai ventimila spettatori, e accanto le terme romane.
Tirinto, dentro le mura
Tirinto è patrimonio dell’umanità insieme a Micene, ed è il posto dove le mura ciclopiche si capiscono davvero.
Sono blocchi così grandi che i greci di età classica, non riuscendo a immaginare mani umane capaci di spostarli, li attribuirono ai Ciclopi. Omero la chiama “Tirinto dalle grandi mura”.
E soprattutto ci sono le gallerie: corridoi ricavati nello spessore della muraglia, coperti a falsa volta, che si percorrono ancora. Le abbiamo fatte tutte, ed è l’esperienza più fisica della giornata — entrare dentro un muro di tremila e trecento anni fa e camminarci in mezzo.
Lerna e Geraki, arrivati tardi
Le ultime due tappe in programma non le abbiamo viste. A Lerna siamo arrivati in ritardo e abbiamo trovato chiuso; a Geraki lo stesso, e lì l’orario di chiusura era le 15:30.
Peccato per Lerna, perché è un posto particolare: ci si trova la Casa dei Tegoli, un edificio monumentale dell’Antico Elladico databile fra il 2500 e il 2200 avanti Cristo — molto più antico di tutto il resto visto in giornata, precede i micenei di secoli. Ed è la palude di Lerna quella in cui Eracle affrontò l’Idra, la seconda delle sue fatiche.
Ci torneremo, prima o poi. Nel frattempo resta l’unica cosa davvero utile che questa parte della giornata ci ha insegnato.
Il monastero di Panagia Elona
La giornata si è chiusa in montagna, sulla strada del Parnone che passa da Kosmas, un paese in quota di quelli che si incontrano attraversando le montagne fra la costa e la piana di Sparta.
E lì, a un certo punto, si alza lo sguardo e c’è.
Il monastero della Panagia Elona è incastrato in una parete di roccia grigia: bianco, con i tetti rossi, sospeso sopra la gola. Da lontano sembra impossibile che qualcuno abbia deciso di costruire in quel punto, e da vicino la sensazione non cambia. È un monastero femminile ancora attivo, dedicato alla Dormizione della Vergine.
Ci si arriva in auto, e questa è una buona notizia: dopo una giornata passata a salire gradini e pendii, l’ultima tappa non chiede più niente alle gambe.
Dopo una giornata di pietra e di caldo nella piana, arrivare in quota cambia tutto: la temperatura scende, la luce si fa diversa, e le rovine di poche ore prima sembrano lontanissime.
La lezione della giornata
In Grecia, ad agosto, molti siti e musei minori chiudono nel primo pomeriggio. Geraki alle 15:30, e non è un’eccezione.
Se hai una giornata densa, l’ordine giusto è questo: i siti piccoli prima di pranzo, quelli grandi nel pomeriggio, perché restano aperti più a lungo. Noi abbiamo fatto il contrario e abbiamo perso le due tappe finali.
Detto questo, non ci ha rovinato niente: quello che avevamo visto fino a quel momento — la fortezza, il santuario, il castello, il teatro, le gallerie dentro le mura — era già più di quanto la maggior parte delle persone veda in due giorni.
Se ci vai
Quattro siti in una giornata si fanno bene, e noi li abbiamo fatti. Ma vanno messi nell’ordine giusto: le salite la mattina presto — il Palamidi, la Larissa — e le cose in piano nel pomeriggio, quando la pietra restituisce tutto il calore accumulato.
Gli 847 gradini si possono evitare arrivando in cima in macchina. Ma se hai gambe e mattinata, falli: la fortezza vista salendo è un’altra cosa.
E la Larissa, con l’ingresso libero, è il posto che consiglierei a chi ha poco tempo e vuole capire in un colpo solo la storia di questa terra.
La strada del Parnone che passa da Kosmas è una deviazione che vale: si attraversano montagne vere, e la Panagia Elona è uno di quei posti che da soli giustificano un cambio di programma. Ci si arriva comodamente in auto, quindi va benissimo anche a fine giornata, quando le gambe non ne hanno più.
Sugli orari: controllali il giorno stesso, non in fase di programmazione. Noi in una sola giornata abbiamo perso sia Lerna sia Geraki, arrivandoci dopo la chiusura.
