Due città verticali e il vento più forte di tutto il viaggio.
Se il giorno prima avevamo salito cento piani di scale, questo non è stato da meno: Mystras e Monemvasia si visitano solo camminando in su, e non c’è modo di scorciare.
Mystras
Mystras sta sul fianco del monte Taigeto, sopra la piana di Sparta, e non è un sito archeologico nel senso comune: è una città intera, abbandonata, aggrappata a un pendio.
La fondò nel 1249 il principe franco Guglielmo II di Villehardouin, che ci costruì la fortezza in cima. Tredici anni dopo passò ai bizantini, e da lì diventò la capitale del Despotato di Morea: il centro politico e culturale più importante del mondo bizantino dopo Costantinopoli. Fu qui che nel 1449 venne incoronato Costantino XI Paleologo, l’ultimo imperatore, quattro anni prima della caduta di Costantinopoli.
Quello che resta è straordinario: le chiese con gli affreschi, il palazzo dei despoti, le case, le mura, tutto disposto su terrazze che salgono verso il castello. È patrimonio dell’umanità dal 1989.
Una cosa da sapere prima di andarci: si sale, molto. Il sito ha due ingressi, uno in basso e uno in alto, e il dislivello fra la parte bassa e la fortezza in cima è notevole.
Noi siamo entrati da quello basso, il che significa fare tutta la salita a piedi. È il modo che ti fa attraversare la città nell’ordine in cui è cresciuta, dalle case fino al palazzo e poi al castello, ma è anche il più faticoso — e ad agosto, con poca ombra, si sente.
E servono scarpe con un buon grip: a Mystras si cammina su pietra antica levigata dal passaggio, spesso in pendenza, e le suole lisce lì non vanno bene.
Monemvasia
Poi Monemvasia, che è una delle cose più straordinarie del Peloponneso e insieme una delle più facili da mancare.
Arrivando dalla terraferma si vede un enorme masso di roccia staccato dalla costa, collegato solo da una strada rialzata. Sembra deserto: nessuna casa, nessuna torre, niente.
Il motivo è che la città sta dall’altra parte, rivolta verso il mare aperto e nascosta dalla mole della roccia. Ci si arriva girando attorno al masso e passando da un’unica porta — ed è da lì che viene il nome: moni emvasis, “unico ingresso”.
Dentro c’è una città bizantina e veneziana ancora abitata: vicoli stretti in pietra, chiese, case restaurate, e niente auto, perché non ci passano.
E poi siamo saliti alla città alta, sull’altopiano in cima alla roccia: quella abbandonata, con le rovine e la chiesa di Santa Sofia affacciata sul precipizio.
Il vento
È la cosa che ricordiamo di più di quella giornata.
Lassù, sull’altopiano di Monemvasia, il vento era molto forte. Non c’è niente che ripari: sei sulla sommità di un masso in mezzo al mare, e le raffiche arrivano senza ostacoli da qualunque parte.
Sommato alla salita, cambia il modo in cui affronti la visita. E anche qui servono scarpe con aderenza: il sentiero è in pietra levigata dal passaggio, e con quelle raffiche non è il posto dove scivolare.
Se ci vai
Due città verticali in una giornata sola sono tante, ma funzionano se le metti nell’ordine giusto: Mystras la mattina, quando l’ombra c’è ancora e la pietra non scotta, e Monemvasia nel pomeriggio.
A Mystras scegli l’ingresso. Da quello basso si sale tutto a piedi e si attraversa la città nel suo ordine naturale; da quello alto si comincia dal castello e si scende. Se hai una giornata calda o gambe stanche, l’ingresso alto è una possibilità che vale la pena conoscere prima di arrivare — noi siamo saliti dal basso e la fatica c’è stata.
A Monemvasia sali alla città alta. La città bassa la vedono tutti, quella alta molti meno, ed è la parte che dà il senso del posto. Ma sali attrezzato, e dai un’occhiata al vento prima di partire: non è pericoloso, è faticoso, ed è meglio saperlo prima.
Monemvasia resta fuori dai grandi circuiti perché è lontana da tutto, all’estremità sud-orientale del Peloponneso: ci si arriva solo apposta. È esattamente ciò che la tiene vivibile.
Scarpe con grip e acqua: in questa giornata più che in ogni altra del viaggio.
